TEATRO ALLA SCALA. SIMON BOCCANEGRA

TEATRO  ALLA  SCALA. SIMON BOCCANEGRA

Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi Stagione 2013-2014  Direttore: Stefano Ranzani (31 ott.; 2, 5, 9 nov.), Daniel Barenboim (6, 11, 13, 16, 19 nov.)  Regia: Federico Tiezzi  Scene: Pier Paolo Bisleri  Costumi: Giovanna Buzzi  Luci: Marco Filibeck

Ho riflettuto a lungo su come spiegare razionalmente il fatto che il “nuovo” Plácido Domingo, ovvero il Domingo baritono, mi sia parso più convincente nel Simon Boccanegra – titolo che ha chiuso la stagione scaligera prima della pausa estiva – che nei Due Foscari ascoltati solo pochi mesi prima. In un primo tempo ho ragionato sul fatto che nel prologo Simone sia ancora abbastanza giovane e le sue energie giovanili, che si presume stiano fatalmente declinando dati i tanti anni che intercorrono fra il prologo stesso e il primo atto, vengano di colpo riaccese dal fortuito ritrovamento della figlia perduta tanti anni prima, nelle cui sembianze egli rivede il volto della donna da lui tanto amata: per questo motivo, il particolare timbro di Domingo, che malgrado l’ormai predominante colore scuro conserva pur sempre qualche lampo del suo grande passato tenorile, penso si addica a un personaggio energico, a un lottatore la cui vita attiva può essere troncata solo, come in questo caso, da un subdolo assassino. Al contrario, Francesco Foscari è un vecchio a tutti gli effetti: la perdita del figlio, lentamente distillata lungo il corso della intera opera e che gli toglie ogni energia residua portandolo alla morte per rassegnazione, a mio avviso non trova riscontro, proprio per i suddetti motivi, nella voce di Domingo. Occorre però ricordare anche che, mentre I due Foscari risale al 1844, il Simone che oggi generalmente ascoltiamo – e che si è ascoltato anche alla Scala – è quello del 1881, che segna l’inizio della collaborazione di Verdi non solo con Arrigo Boito, ma anche con il baritono Victor Maurel, futuro Jago e Falstaff, che ne fu il protagonista, e a questo punto l’analisi andrebbe approfondita attraverso il confronto fra le due versioni del Simone, e il relativo trattamento vocale del ruolo titolare, e quello di Francesco Foscari, cosa che in questa sede non è possibile fare. Lasciamo quindi l’argomento in sospeso e torniamo al nostro spettacolo. Autorevole antagonista di Domingo nei panni di Fiesco era il basso Dmitry Belosselskiy, già fattosi notare come ottimo Talbot nella Giovanna d’Arco inaugurale. Bello l’ardito slancio giovanile del tenore Giorgio Berrugi (Gabriele Adorno). Ammirevole la poliedricità di Krassimira Stoyanova (Amelia), che negli stessi giorni era presente sul palcoscenico scaligero come Marescialla nel Rosenkavalier di Richard Strauss. Massimo Cavalletti (Paolo Albiani) ed Ernesto Panariello (Pietro) hanno fatto emergere con notevole potenza non solo le individualità dei rispettivi personaggi, ma anche il convergere delle rispettive negatività, dando vita a una vera e propria “coppia diabolica”. Completavano il cast Barbara Lavarian (l’ancella di Amelia) e Luigi Albani (il capitano dei balestrieri). A reggere le redini dello spettacolo la magnifica bacchetta di Myung-Whun Chung, che ha dimostrato di essere davvero un grande direttore d’opera – e non, come purtroppo a volte accade, di un direttore sinfonico “prestato” all’opera – facendo emergere dalla partitura quegli elementi plastici tipicamente verdiani che attraverso la musica veicolano l’immagine. A suo merito va inoltre ascritto l’avere dato il dovuto spazio alle voci pur mantenendo sempre alta l’attenzione al rapporto con l’orchestra, quest’ultima trattata in modo talmente raffinato da riportare alla memoria, pur mantenendo una impronta personalissima, la mai dimenticata lettura di Claudio Abbado. Orchestra e coro sono stati magnifici. La regia di Federico Tiezzi (ripresa da Lorenza Cantini), con le scene di Pier Paolo Bisleri, i costumi di Giovanna Buzzi e le luci di Marco Filibeck, era quella ormai nota al pubblico scaligero dal 2010 quando Simon Boccanegra ritornò alla Scala dopo un intervallo di ben ventotto anni dall’ultima rappresentazione dello storico – e splendido! – allestimento firmato da Giorgio Strehler ed Ezio Frigerio datato 1971. Tiezzi pone l’accento sulla interiorità dei personaggi e sul rapporto dell’uomo con il proprio passato, scelta che appare particolarmente convincente se si osserva che, una volta tanto, Verdi non ricorre al racconto per narrare l’antefatto, bensì a un ampio prologo. Molto opportunamente, il regista ha tenuto conto delle differenze fra le due stesure dell’opera: la prima, del 1857, su libretto di Francesco Maria Piave, dalla tinta cupa molto vicina a quella del Trovatore, di soli quattro anni precedente, accomunato al Simone dalla derivazione da un dramma di García Gutiérrez, e quella del 1881 nella quale il musicista, come Simone, fa in un certo senso i conti con il suo passato. Proprio la presenza di Boito in questo processo di revisione apporta, secondo quanto affermato dal regista, un “nuovo respiro shakespeariano” il cui centro è “la grande scena di pacificazione nazionale, scritta ex novo da Boito e non presente nella redazione del 1857. […] La scena, che costituisce la seconda parte del primo Atto, è basata su due lunghissime lettere che Petrarca, nella guerra tra Venezia e Genova con Boccanegra Doge, invia alle opposte fazioni per tentare una pacificazione tra i contendenti di una guerra fratricida. E Verdi commentava: «Sublime questo sentimento di una patria italiana in quell’epoca! Tutto ciò è politico, non drammatico; ma un uomo d’ingegno potrebbe ben drammatizzare questo»”. Secondo Tiezzi, dunque, è “una resa drammatica della politica che Verdi chiede a Boito: le forze politiche si scontrano con forza machiavellica e le passioni private dei personaggi vi si innestano, proiettando l’azione degli individui sull’affresco della vita pubblica”.

 

Vittoria Lìcari

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