Teatro alla Scala – La cena delle beffe de Umberto Giordano

Teatro alla Scala –  La cena delle beffe   de Umberto Giordano

La-cena-delle-beffeIl fut une époque où l’opéra, « le spectacle », commençait à vieillir dans la façon d’ être représenté ; d’un côté les passionnés ne s’en rendaient pas compte, de l’autre les plus « modernes » étaient disposés à laisser tomber l’opéra traditionnel en faveur de formes, d’éléments nouveaux tels que la musique « contemporaine », le music-hall, ou bien le cinéma. Les deux côtés exagéraient.

Les compositeurs naturellement s’intéressaient à la transformation du genre qui avait vu se succéder l’art romantique, celle du :post-romantisme, puis de l’art vériste ; l’évolution   posait parfois l’interrogation, mais finissait par croire en une naturelle transformation.. Giacomo Puccini seul peut-être, avec sa grande sensibilité, son génie, avait compris, avait senti la crise.Il croyait profondement en la mélodie, tant qu’il déclara(peit-être une autodéfense) : contro tutto e contro tutti fare opera di melodia.(contre tout, contre tous produire la mélodie).

La cène des moqueries est un opéra basé sur une pièce dramatique de Sem Benelli, auteur italien ( 1877-1949) célèbre à son époque. Ce drame en particulier eut un grand succès en Italie et jusq’aux Etats Unis. Pour synthétiser le sujet , disons que cela rappelle cette « jeunesse dorée » qui vit au mépris de la vie et qui se jète dans le goufre de la mort par stupidité. Il ne manque pas d’exemples (une dizaine) dans le monde du cinéma. Le temps passe, la vie évolue, les goûts et les styles aussi, et le livret tiré de cette pièce nous paraît lourd, vieux.

De son côté Umberto Giordano était un musicien cultivé et de haute qualité (1867-1948). Le titre le plus connu de sa production est Andrea Chénier (1896) suivi de Fedora (1898) : le premier fait partie du répertoir courant, le second est désormais moins représenté, comme du reste les autres opéras, malgré le succès et la popularité des premières décennies. Les causes ? Le vérisme n’ est plus à la mode, Giordano n’a pas sû rénouveler son art, les chanteurs rencontrent des difficultés vocales vu que la reconquête du répertoir romantique imposait une technique vocale qui s’accordait peu avec celle de l’ époque vériste. La musique de Giordano est agréable, riche… mais n’arrive pas à se libérer du passé.

Cette production a été confiée pour la mise en scène à Mario Martone, bien connu et apprécié pour son travail dans le monde du cinéma. Et son activité dans le monde de l’opéra date déjà de quelques années. Sensible et expérimenté Martone transporte l’action à l’époque de la   prohibition, du charleston, comme le met en évidence les très beaux costumes de Ursula Patzak. Martone, disions-nous, a fait un très bon travail rendant cette histoire plus crédible. Intelligent et intéressant les décors de Margherita Palli, une structure unique glissant du bas en haut pour déterminer l’intérieur d’un café (ce qui nous a donné l’idée d’un local bruxellois), l’appartement au dessus, soigné dans les détails de la décorattion. Bon le concours des lumières de Pasquale Mari.

Au pupitre Carlo Rizzi, qui a correctement dirigé un orchestre déchainé. Exceptionnel la distribution se composant de toute une troupe bien amalgamée, riche de voix puissantes et fort bien précises sur le plan musical, comme très bien préparée scéniquement. Voilà cette petite foule : dans les rôles principaux le ténor Marco Berti, les sopranos Kristin Lewis et Jessica Nuccio, le bariton Nicola Alaimo ; et les autres : Bruno de Simone, Leonardo Caimi, Luciano Di Pasquale, Frano Lufi, encore Chiara Isotton, Edoardo Milletti. Giovanni Romeo, Chiara Tirotta, Federica Lombardi, Francesco Castoro (Ces derniers solistes de l’ « Accademia di Perfezionamento per cantanti lirici del Teatro alla Scala »).

Spectacle qui de toute évidence a été bien soigneusement préparé, qui pour être mieux compris nécessiterait d’ être repris à l’intérieur d’ un groupe de partitions de l’époque.

Public comme toujours enthousiaste des voix importantes exhibées avec des aigüs fulgurants.

Giuseppe Pintorno

 

                                            

Teatro alla Scala –  La cena delle beffe   di Umberto Giordano

Ci fu un’ epoca in cui l’opera, “lo spettacolo”, cominciava ad invecchiare nel modo col quale veniva rappresentata; da un lato gli appassionati non se ne rendevano conto, dall’altro i più “moderni” erano disponibili a lasciar perdere l’ opera tradizionale a favore di forme, di elementi nuovi quali la musica “contempor anea”, il music.-hall, o il cinema. Le due parti esageravano.

Naturalmente i compositori vivevano la trasformazione del genere ponendosi talvolta l’ interrogativo, ma finendo per credere in una naturale evoluzione che li aveva portati dall’ epoca romantica alla post-romantica, all’arte verista, che sarebbe continuata indefinitamente. Forse solo Giacomo Puccini, con la sua grande sensibilità, col suo genio, aveva compreso, aveva sentito la crisi, tant’è vero che credeva profondamente nella sua convinzione dichiarata, un’ autodifesa, “ contro tutto e contro tutti far opera di melodia”.

La cena delle beffe è un’opera basata su un lavoro drammatico di Sem Benelli (1877-1949), autore italiano celebre alla sua epoca. Questo dramma ebbe un gran successo in particolare in Italia e fino negli Stati Uniti. Per sintetizzare l’argomento, diciamo che esso ricorda quella “gioventù bruciata” che vive nel disprezzo della vita e che si getta nel baratro della morte per stupidità. Non mancano esempi (una decina) nel mondo del cinema. Il tempo passa, la vita si evolve, i gusti e gli stili pure, e il libretto tratto da questo dramma ci pare pesante, vecchio.

Dal canto suo Umberto Giordano (1887-1948) era un musicista colto e di gran qualità. Il titolo più conosciuto della sua produzione è Andrea Chénier (1896) seguito da Fedora (1898): il primo fa parte del repertorio corrente, il secondo è ormai meno rappresentato, come del resto le altre opere, malgrado il successo e la popolarità dei primi decenni. Le cause? Il verismo non è più di moda, Giordano non ha saputo rinnovare la sua arte, i cantanti incontrano difficoltà vocali visto che la riconquista del repertorio romantico imponeva una tecnica vocale che poco si confà con quella dell’ epoca verista. La musica di Giordano è gradevole, ricca, …ma non arriva a liberarsi del passato.

Questa produzione è stata affidata per la regìa a Mario Martone, ben conosciuto ed apprezzato per il suo lavoro nel mondo del cinema. E la sua attività nel mondo dell’opera data già da qualche anno. Sensibile ed esperto, Martone trasporta l’azione all’epoca del proibizionismo, del charleston, come fanno risaltare i   costumi di Ursula Patzak. Martone, dicevamo, ha fatto un lavoro intelligente rendendo questa storia più credibile. Intelligenti pure ed interessanti le scene di Margherita Palli: una struttura unica che scivola dal basso verso l’alto per determinare l’interno di un caffè (che ci ha suggerito l’idea di un locale di Bruxelles), l’appartamento di sopra, curato nei dettagli dell’arredamento. Buono il concorso delle luci di Pasquale Mari.

Sul podio Carlo Rizzi, che ha correttamente diretto un’orchestra scatenata. Eccezionale il cast composto da tutta una compagnia di artisti ben amalgamata, ricca di voci potenti e molto precise sul piano musicale, così come ben preparate scenicamente. Ecco la piccola folla : nei ruoli principali il tenore Marco Berti, i soprani Kristin Lewis e Jessica Nuccio, il baritono Nicola Alaimo ; e gli altri : Bruno de Simone, Leonardo Caimi, Luciano Di Pasquale, Frano Lufi, encore Chiara Isotton, Edoardo Milletti. Giovanni Romeo, Chiara Tirotta, Federica Lombardi, Francesco Castoro (Ces derniers solistes de l’ « Accademia di Perfezionamento per cantanti lirici del Teatro alla Scala »).

Spettacolo che chiaramente è stato preparato con ogni cura, che per essere meglio compreso necessiterebbe di venire ripreso all’interno di un gruppo di partiture dell’epoca.

Pubblico come sempre entusiasta delle voci importanti esibite con acuti folgoranti.

Giuseppe Pintorno

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