TEATRO ALLA SCALA. DITTICO RAVEL

TEATRO ALLA SCALA. DITTICO RAVEL

RAVEL_L'ENFANTQuattordici anni separano L’heure espagnole (Parigi, Opéra Comique, 19 maggio 1911) da L’Enfant et les sortilèges (Monte-Carlo, Teatro dell’Opera, 21 marzo 1925), i due raffinatissimi lavori di Maurice Ravel che, riuniti in un dittico, sono stati rappresentati alla Scala nell’allestimento prodotto dal Glyndebourne Festival. Il primo dei due titoli, su libretto di Franc-Nohain (pseudonimo di Maurice- Étienne Legrand, autore anche della omonima pièce teatrale), era già stato completato nel 1907, ma  occorsero ben quattro anni, unitamente all’intervento di Madame Cruppi, dedicataria della partitura  nonché moglie di un influente ministro, perché potesse andare in scena. Al di là del soggetto,  all’epoca ritenuto scabroso, il vero problema risiedeva in quella che critica e pubblico percepivano come povertà melodica, ovvero nell’assenza di momenti lirici ben definiti nelle consuete forme. Si tratta infatti,  sostanzialmente,  di una commedia musicale composta da una introduzione orchestrale, ventuno scene e un quintetto conclusivo che ricalca lo stile dell’antica « licenza » e in cui i cinque personaggi, rivolgendosi al pubblico, si  congedano presentando la morale della vicenda. Una vicenda piena di umorismo e trattata da Ravel con una ironia avvertibile già dalla introduzione,  dove le campane tubolari e la celesta evocano rispettivamente i rintocchi delle pendole – che tanta parte avranno  nella storia – e le melodie dei carillons, su un motivo ostinato dei clarinetti che sembra voler rappresentare lo scorrere inesorabile del tempo. Lo stile vocale è molto vicino a quello dell’opera buffa italiana, modellato sul recitativo quasi parlante, senza momenti melodici di rilievo, e sostenuto da una grande orchestra in cui abbondano gli elementi del folclore iberico, molto caro a Ravel per via delle origini basche della madre.

Il secondo dei due atti unici, definito dall’autore « fantasia lirica », ha origine dal Ballet pour ma fille della scrittrice Colette, che l’aveva proposto al direttore dell’Opéra di  Parigi, il quale lo aveva a sua volta offerto a Ravel. Dopo qualche iniziale esitazione, il compositore sfruttò al meglio la libertà stilistica che quel soggetto onirico-coreografico gli offriva, ideando una successione di quadri che  costituisce un’antologia di stili, generi e forme musicali: minuetto e fox-trot, rococò e jazz, polifonia antica e impressionismo, opera italiana e ragtime. La vocalità è varia e di espressività estrema, al limite della onomatopea non soltanto sonora, ma anche « visiva », per esemplificare la quale basti pensare ai brillanti vocalizzi del soprano di coloratura che interpreta il Fuoco, e per quanto riguarda l’orchestrazione ci troviamo di fronte a uno dei capolavori di Ravel, una partitura drammaturgicamente perfetta, dove ai consueti strumenti dell’ orchestra ne vengono accostati altri solitamente poco utilizzati, come la celesta, o addirittura rari, come il flauto di loto, o anche mezzi sonori del tutto insoliti, quali i crotali, la frusta, la raganella a manovella, la macchina del vento, un ceppo di legno e, vera stravaganza strumentale, la grattuggia per il formaggio! Marc Minkowski ha diretto splendidamente, facendo emergere di entrambe le piccole opere tutte le caratteristiche e le sfumature, magnificamente coadiuvato dall’orchestra scaligera e da una moltitudine di solisti vocali tutti assolutamente meritevoli di citazione, a costo di stilare un lungo elenco, cominciando dai cinque interpreti de L’heure espagnole: Stéphanie D’Oustrac (Concepcion), Yann Beuron  (Gonzalve),  Jean – Paul Fouchécourt (Torquemada), Jean – Luc Ballestra (Ramiro), Vincent Le Texier  (Don Inigo Gomez).  Fouchécourt, Ballestra e la D’Oustrac hanno preso parte, ciascuno in vari ruoli, anche alla seconda parte del dittico, insieme a Marianne Crebassa  (l’Enfant), Delphine Haidan, Anna Devin, Armelle Khourdoïan e Jérôme Varnier, anch’essi in molteplici ruoli, oltre a tre allieve dell’Accademia scaligera – Fatima Said, Chiara Trotti ed Elisabetta Huber -, ad altri sei solisti, al coro e al coro di voci bianche, tutti impegnati in un’azione scenica oltremodo complessa e dagli esiti perfetti.

Il regista Laurent Pelly, autore anche dei bellissimi costumi, ha il merito e il pregio di amare e capire la musica, per cui ha potuto trasportare la farsa di Franc-Nohain dal diciassettesimo al ventesimo secolo senza che perdesse di senso e di godibilità. Non ha poi avuto timore di immergersi nel mondo onirico di Colette lasciando che la sua fantasia si scatenasse al massimo, cosicché, lasciando che la musica facesse il resto, è scaturito un risultato di eccelsa qualità. Lode alle tre scenografe – Caroline Ginet e Florence Evrard per L’heure e Barbara De Limburg per L’Enfant – e al light designer Joël Adam. Tutti insieme hanno dimostrato come si possa liberare la propria creatività senza alterare, anzi esaltando al massimo l’autore e la sua opera.

 Vittoria Lìcari

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