La Missa Solemnis in re maggiore op. 123 di Ludwig van Beethoven è stata scelta come programma del tradizionale concerto natalizio del Teatro alla Scala.
Beethoven iniziò a lavorarvi nel 1819, quando l’arciduca Rodolfo d’Asburgo, suo allievo, venne creato cardinale, ed era sua intenzione di completarla per l’insediamento del porporato quale arcivescovo di Olmütz, previsto per il 9 marzo 1820. Non riuscì però a tenere fede all’impegno, e la gestazione dell’opera proseguì – parallelamente a quella di altri capolavori come le Sonate per pianoforte op. 109 e 110, le Variazioni su un valzer di Diabelli e la Nona Sinfonia – fino al 1824: il 7 maggio di quell’anno Beethoven diresse, al Teatro di Porta Carinzia a Vienna, tre delle cinque parti di cui la Messa è composta – Kyrie, Credo e Agnus Dei – nel corso di una memorabile serata in cui vennero eseguite, con successo trionfale, anche l’ouverture Die Weihe des Hauses e la Gran Sinfonia con soli e coro, meglio nota, appunto, come Nona Sinfonia.
Se si pensa che, oltre alla salute che si faceva sempre più precaria, dal 1818 Beethoven viveva in uno stato di sordità totale, c’è di che restare sbalorditi di fronte a un’opera così gigantesca, che deve avere richiesto un profluvio di energie psico-fisiche già eccezionale per un uomo in piena salute. Quello della grande creatività dell’artista prostrato nel corpo e nell’anima è un mistero che non riguarda solo Beethoven, ma in lui assume particolare rilievo proprio a causa della sua disabilità uditiva.
“Nella Messa solenne, come nel finale della Nona Sinfonia” – scrive Massimo Mila – “trova la sua naturale ed espressa applicazione uno dei caratteri interni del terzo stile beethoveniano, quello per cui ogni nuova opera, Quartetto o Sonata o Sinfonia che sia, tende a celebrare un rito sacro, a dire parole di portata universale; se è lecito esprimersi così, l’arte passa dalla umanità comunemente intesa a quella forma di umanità più alta che è la religione”.
Il terzo stile beethoveniano è anche caratterizzato da una notevole difficoltà di ascolto; tuttavia, molti elementi della Missa Solemnis presentano una rilevante evidenza percettiva che coinvolge anche l’ascoltatore più sprovveduto. Innanzitutto, il trattamento “estremo” delle voci, sovente interpretato come un difetto della scrittura beethoveniana, assume qui più che mai il senso di un rapporto con la divinità intenso e fiducioso nella certezza della risposta divina alla insistenza della preghiera umana, di cui parla il Vangelo di Luca: la forza intrinseca all’ultima supplica dell’Agnus Dei ne è un esempio perfetto.
Sono splendidamente tradotte in musica le granitiche certezze della fede, rappresentate nel Credo, e lo straordinario abbandono nelle braccia di “colui che viene nel nome del Signore” che rende l’essere umano quasi incapace di profferire parola e quindi impone, nel Benedictus, l’intervento della “voce” del violino per esprimere quella delizia davvero ineffabile. Orchestra e coro del Teatro alla Scala, sotto la direzione di Philippe Jordan, hanno dato il massimo insieme ai solisti Krassimira Stoyanova (soprano), Daniela Sindram (mezzosoprano), Stuart Skelton (tenore) e Günther Groissböck (basso). L’aver potuto ascoltare questo “monumento umanistico alla fede” – come lo definiva Massimo Mila – pressoché contemporaneamente a Fidelio ha consentito di cogliere i punti in comune fra le due opere la cui sintesi è il concetto beethoveniano di vita come lotta dell’uomo contro le avversità, sorretto non solo dalla fede in Dio, ma anche dalla fiducia in sé stesso in quanto immagine del Creatore.
Vittoria Lìcari
